Gli ultimi dati sul fatturato diffusi dall’Istat a fine luglio si fermano, confermando il solito ritardo temporale, al maggio scorso. Ne escono variazioni tendenziali di questa grandezza per l’industria alimentare pari, rispettivamente, al -2,7% nel confronto maggio 2026/25, e al -3,0% sulla media dei cinque mesi.
Diciamo subito che essi sono deludenti. E non tanto per il segno “meno”. Ma perché essi “quadrano” in modo nettamente peggiorativo col combinato disposto delle dinamiche originarie di riferimento: quelle di produzione e dei prezzi alla produzione del settore. Ci riferiamo soprattutto al dato più rappresentativo: quello sui primi cinque mesi dell’anno.
Il citato -3,0% non combina infatti col -0,1% tendenziale registrato dalla produzione del settore nel periodo e col -1,2% medio segnato in parallelo dai suoi prezzi alla produzione. La discesa del fatturato, in sostanza, dovrebbe situarsi approssimativamente attorno a 1,3 punti associando le due variazioni, invece sale a 3,0 punti. Questi scostamenti in realtà non sono una novità.
Ma esso stavolta è davvero elevato. E (naturalmente in grande media) può significare che i sacrifici di prezzo praticati dal settore sono andati, nel periodo, al di là di quanto emerge aritmeticamente dall’associazione delle variazioni ufficiali della produzione quantitativa e dei prezzi praticati franco fabbrica.
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